Giuseppe Marotta – La bicicletta


La bicicletta

‘Si può sapere chi ti ha conciato così? Di nuovo discussioni politiche?’. Al solito, la politica è la prima cosa cui mia moglie pensa, se non è gelosa; invece Carlo, sospirando voluttuosamente all’idea che Teresa ha finito di medicarlo, risponde:

‘Macchè politica. Mi avevano rubato la bicicletta… E per difendere il ladro, le ho prese’. La bicicletta.

Ah non tutti sanno che cosa sia la bicicletta per un uomo come Carlo, nato da genitori milanesi che lavoravano nelle fabbriche di Monza, due biciclette fra diecimila sullo sterminato viale, due fra diecimila angeli dell’alba e dell’imbrunire, non è raro il caso che una donna smonti dalla bicicletta e riversa sull’erba del fossa metta prematuramente al mondo un figlio che potrebbe anche essere Carlo, dato che nessuno ama la sua bicicletta quanto lui. Carlo ha fatto tante volte a meno delle sigarette delle sigarette e anche del cibo, ma non ha mai voluto vendere la sua bicicletta. E’ una bicicletta sempre nuova e sempre bella perché Carlo la smonta ogni domenica, sostituendovi ora un pezzo ora l’altro; sì questa bicicletta vive, appartiene a Carlo più di quanto gli appartenga Teresa, la quale è come mamma e non come Carlo la fece.

Teresa naturalmente sa tutto, della bicicletta, può perfino condividere i sentimenti che si impadroniscono di Carlo quando la bicicletta è in pericolo. ‘L’avevo appoggiata un momento al muro per consegnare un plico al portinaio… mi volto e la vedo già all’angolo della strada, col ladro curvo sul manubrio’ racconta Carlo. Poi riferisce tutte le fasi del dramma, il suo disperato inseguimento, le sue grida, l’intervento dei passanti, il ruzzolone e la cattura del fuggitivo. ‘Il primo a dargli un pugno fui io, lo confesso’ dice Carlo.

Poi intervennero altri ed eccedettero; quando vide tutto quel sangue Carlo cominciò a gridare: ‘Vergogna… basta’ e allora le percosse deviarono, ben pochi seppero distinguere il ladro dal derubato, le guardie trovarono rotte la bicicletta e la testa di Carlo, dispersero l’assembramento e fu finita. ‘Meglio così, pazienza… aveva sedici anni seppure li aveva, quel farabutto’ concluse Carlo alzandosi per occuparsi della bicicletta. Alle due di notte stava ancora lavorando.

‘Ma che fai? Vieni o non vieni a dormire?’ borbotta dalla camera Teresa, risvegliandosi di soprassalto. ‘Eccomi’ rispose Carlo.

Col fazzoletto si accinge a detergere in ultimo punto opaco sul telaio, si tratta di una piccola macchia di sangue, il sangue di Carlo è qualcosa che fa della bicicletta, ormai, proprio e definitivamente una creatura.

Giuseppe Marotta, A Milano non fa freddo, Bompiani, Milano, 1949